Carlo Galimberti(Ist. di Psicologia, Universita' degli Studi di Cagliari
- CSRF, Universita' Cattolica del Sacro Cuore - Milano
- Groupe de recherche sur la communication -
Universita' di Nancy II - France), Giuseppe Riva(Dipartimento di Psicologia,
Universita' Cattolica del Sacro Cuore - Milano)
2. Lo studio dell'interazione in prospettiva psico-sociale
Sulla base di queste riflessioni, appare legittimo assegnare al concetto di
interazione una posizione centrale nel processo di capitalizzazione dei
vantaggi ricavabili da questa rivoluzione in atto al confine tra la ricerca psico-
sociale ed i settori di punta delle tecnologie della comunicazione (Brangier,
1991).
L'interesse per il concetto di interazione, ed in particolare per la sua
fenomenologia sul piano psicosociale, ha rappresentato dagli anni trenta in poi
una costante per molte discipline nell'ambito delle scienze umane e sociali -
dalla psicologia alla linguistica, dalla sociologia all'antropologia culturale alla
filosofia del linguaggio (Marc e Picard, 1989). Attualmente, quando si parla di
interazione si intende fondamentalmente 'l'influenza reciproca che i partner
esercitano sulle rispettive azioni quando si trovano in presenza fisica
immediata' (Goffman, 1988). Questo criterio, definendo l'interazione in
riferimento alle nozioni di feed-back e di co-presenza, permette di distinguerla
da concetti vicini come relazione, legame e rapporto, spesso confusi con essa.
L'interazione costituisce il campo in cui si attualizzano i rapporti sociali, un
campo in cui possono sempre irrompere l'invenzione ed il cambiamento ed in
cui si assiste di continuo ad un lavoro di rifondazione del legame sociale e di
rinegoziare della situazione, mai del tutto definita dal contesto.
Spesso in campo psico-sociale al concetto di interazione si contrappone
quello di relazione, istituendo un'opposizione che a lungo ha rallentato la
riflessione e la ricerca. Generalmente la differenza di fondo tra i due concetti
riguarda il fatto che mentre la relazione viene mantenuta anche a distanza,
l'interazione necessita della co-presenza fisica dei soggetti coinvolti. La
sottolineatura dell'importanza di questa differenza ha indotto in alcuni casi a
postulare la prevalenza nell'interazione del registro spaziale su quello
temporale. A nostro parere esistono due argomenti in grado di mitigare tale
affermazione e di instaurare un diverso rapporto tra i due concetti portatore di
benefici al pensiero ed alla ricerca sull'interazione in ambienti virtuali. Piu' che
di co-presenza fisica si potrebbe infatti riconoscere all'interazione la
necessita' di una co-presenza enunciativa (Galimberti, 1992; 1993),
intendendo con questa locuzione il risultato di uno scambio comunicativo in
cui i due interlocutori siano in grado di esercitare l'influenza reciproca sulle
rispettive azioni di cui parlava Goffman e di regolare i valori della propria
comunicazione attraverso una qualche forma di feed-back.. Nel caso della
comunicazione telefonica, ad esempio non si puo' certo negare che gli
interlocutori, pur non vedendosi, siano di fatto in interazione. Piu' facile e'
l'accettazione di questo ragionamento pensando a comunicazioni via video in
cui il simulacro della presenza fisica dell'altro parrebbe piu' evidente; lo
stesso discorso va pero' riproposto per situazioni caratterizzate da una
maggiore rarefazione del contatto, quali ad esempio le comunicazioni rese
possibili dal collegamento in rete di macchine informatiche o in cui l'apparente
realismo del contatto e' dovuto essenzialmente al grado elevato di
simulazione, come appunto nel caso della realta' virtuale . Il secondo
argomento dovrebbe condurre a relativizzare la prevalenza di un registro
sull'altro nelle due situazioni. Cio' che varia, a mio parere, e' l'estensione
dell'intorno spazio-temporale. Nel caso dell'interazione esso e'
indubbiamente limitato e percepito da piu' di un soggetto, mentre nella
relazione la sua distensione non e' limitabile a priori ed e' attraverso la
rimemorazione che i soggetti coinvolti possono appropriarsene, con le
conseguenti possibilita' di errori e sfasature nella rilettura della relazione
stessa. Anche il rapporto tra questi due concetti e' oggetto di discussione. Per
alcuni l'interazione ha senso unicamente se riferita ad una relazione; altri
subordinano la conoscenza delle relazioni allo studio dell'interazione. A nostro
parere, piu' che di subordinazione di un concetto all'altro si dovrebbe parlare
di circolarita': quanto sta, per cosi' dire, dietro all'interazione, lo sfondo da cui
essa prende senso e' l'orizzonte della relazione; cio' che viene prodotto
dall'interazione, il nuovo che essa crea sul piano dei contenuti e delle forme,
ricade poi sulla relazione, chiudendo il cerchio che definisce l'articolazione e
l'influenzamento reciproco tra queste due dimensioni dell'esperienza umana.
3. Idee per un approccio allo studio dell'interazione comunicativa
in ambienti di realta' virtuale distribuita
In un recente contributo, Mantovani ha sintetizzato con chiarezza i
problemi di fondo degli studi sull'interazione uomo-computer e uomo-ambienti
virtuali, studi orientati alla ricerca di una possibile 'compatibilita', cognitiva e
sociale, tra le persone e i sistemi automatici', ma attualmente posti di fronte al
'riconoscimento dei limiti invalicabili che si oppongono ad un dialogo uomo-
computer paragonabile al dialogo interpersonale' (Mantovani, 1993, p.46).
Citando gli studi di Sproull e Kiesler, Mantovani ricorda che negli ambienti
elettronici le persone tendono ad esprimersi con maggiore liberta' rispetto a
quanto farebbero in un'interazione faccia a faccia. In mancanza, o comunque
di fronte ad un'attenuazione delle cornici sociali e contestuali che
abitualmente regolano e influenzano le dinamiche di gruppo, i soggetti devono
adattare il proprio comportamento ad una situazione di parziale 'vuoto
sociale'. Si potrebbe quindi pensare all'interazione in ambienti virtuali come ad
una sorta di 'passeggiata nello spazio', in assenza di quella sorta di 'forza di
gravita'' che tiene uniti gli individui sul piano psico-sociale. Naturalmente non
e' cosi'. Con Lea e Spears possiamo infatti ritenere che la ricerca in questo
settore abbia sin qui sottostimato il ruolo dei fattori psico-sociali e del
contesto, nonche' il peso dei valori e delle norme di gruppo. sarebbe quindi
auspicabile dotarsi di strumenti - sui piani del metodo e delle tecniche oltre
che su quello teorico - in grado di cogliere la trama del tessuto sociale e le
operazioni messe in atto dai soggetti per 'tenere' anche in ambienti virtuali le
connessioni con i propri interlocutori, in grado cioe' di evidenziare gli
espedienti cui essi ricorrono per creare ed alimentare i legami sociali. A
partire da queste osservazioni - mi sembra di poter dire - si pone gia' la prima
serie di interrogativi cui rispondere nello studio delle situazioni di 'interazione
virtuale':
o come avviene da parte degli interattanti il processo di costruzione, o per
meglio dire, di co-costruzione del contesto immediato dell'interazione
(Sperber e Wilson, 1986), inteso come insieme di fatti semiotici oltre che di
fatti sociali?
o quali sono gli indizi, gli indicatori - necessariamente interni alla
conversazione se ci si trova in una situazione in cui lo scambio avviene a
livello verbale e paraverbale - di cui gli interattanti si servono per coordinare
l'azione linguistica e gestire con successo l'interazione?
Una seconda area di problemi riguarda le modalita' di costruzione e di
mantenimento dell'identita' dei soggetti che interagiscono in ambienti virtuali.
Come ricorda Mantovani, sempre secondo Sproull e Kiesler poiche' 'gli
individui collegati nella rete ignorano la loro situazione sociale e cessano di
preoccuparsi di come gli altri li valutino, si avrebbero nella comunicazione
mediata dal computer dei processi di deindividuazione in cui le persone
perderebbero in parte il senso della propria identita' personale e il proprio
autocontrollo nell'anonimato di un gruppo' (Mantovani, 1993, p. 47). Diretta
conseguenza di questa caratteristica dell'interazione nelle reti sarebbe, da un
lato, la possibilita' di una partecipazione piu' egualitaria all'interazione, tale da
facilitare l'intervento di soggetti di basso rango e, d'altro canto, la difficolta' da
parte del gruppo ad esprimere una leadership accompagnata dalla tendenza
da parte dei soggetti ad assumere posizioni estreme. Anche in questo caso,
mancando - o comunque - risultando quasi del tutto neutralizzati gli indicatori
su cui si fonda nell'interazione faccia faccia il riconoscimento reciproco del
rango, le differenze di status sarebbero non 'agite' ne' 'recitate', anche se non
certamente sconosciute. Rispetto a quest'ordine di problemi, l'interrogativo
che si poone riguarda principalmente o le modalita' di costruzione della
propria identita' da parte dei personaggi che partecipano all'interazione
comunicativa, veri e propri soggetti del processo e non passivi destinatari di
messaggi.
Di fatto, i soggetti implicati nei processi di comunicazione sono da
considerare co-enunciatori, vale a dire interlocutori impegnati in un'azione
comunicativa congiunta di cui sono corresponsabili. Essi sono interlocutori
dotati di pensiero, di emozioni, di affetti, di un'identita' psicosociale
espressione della propria identita' personale, di gruppo, organizzativa ed
istituzionale. D'altro canto va comunque tenuta presente la costante de-
fisicizzazione degli interlocutori o, per meglio dire, la periferizzazione della loro
fisicita'. La perdita di importanza del faccia-a-faccia come condizione
essenziale dell'interazione ha reso accettabile ai ricercatori che si occupano di
comunicazione una mediazione/rappresentazione della soggettivita' degli
interlocutori attraverso simulacri di varia natura. L'antropomorfismo di tali
congegni puo' variare da un minimo - il telefono - ad un massimo - la realta'
virtuale - senza per questo impedire la possibilita' di cogliere le tracce
(psicosociali) lasciate in essi dalla soggettivita' degli interlocutori che li
utilizzano. Ed e' proprio a tali tracce che ci si dovrebbe rivolgere, puntando a
cogliere in esse il 'precipitato' dell'interazione comunicativa. Si dovrebbe, per
riprendere quanto abbiamo gia' detto, lavorare alla comprensione dei
congegni enunciativi e delle modalita' di co-presenza enunciativa, che li
caratterizzano, dal momento che tali congegni portano in se' le 'tracce' della
soggettivita' e dell'attivita' degli interlocutori.
Come osserva Mantovani, la teoria dell'identita' sociale e lo studio dei
processi di gruppo ci possono aiutare nella comprensione del funzionamento
della comunicazione mediata dal computer piu' di quanto possa fare la
conoscenza delle caratteristiche tecniche dei programmi e delle macchine.
Tali approcci ci guidano infatti nella descrizione dell'aspetto processuale
dell'interazione da un punto di vista 'macro'. E' molto, indubbiamente, ma non
basta. Per rispondere ai quesiti precedentemente formulati occorre spingersi
nell'intimo dei processi comunicativi, cogliendo sul piano pragmalinguistico le
modalita' di costruzione dell'identita' individuale e di gruppo, dei contesti di
interazione (Sperber e Wilson, 1986) e dei sistemi di idee di riferimento nel
momento del loro farsi, all'interno della conversazione, concepibile come una
sorta di interfaccia tra individuale e sovraindividuale, tra cognitivo ed
interattivo, tra psicologico e sociale (Trognon, 1992).
Si tratta, quindi - ed e' questo il significato in estrema sintesi della proposta
presentatae in queste pagine - di proporre l'avvio di un programma di ricerca
fondato sull'assunzione dell'analisi delle conversazioni come via allo studio
degli aspetti qualitativi e quantitativi della pragmatica dell'interazione in
ambienti virtuali, di un programma quindi che ci permetta di cogliere aspetti
strutturali e dinamici di quella che, a questo punto, mi piace definire
conversazione virtuale.
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S.Cuore, L.go Gemelli, 1, 20123, Milano, Italy.
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